11 ott 2018

HANGARVAIN – Roots And Returns


Hangarvain - 'Roots And Returns' (2018, Volcano Records)

Oggi vi parlo degli Hangarvain, che quest’anno son tornati in pista con ‘Roots And Returns’. Ma prima parliamo un attimo della band…

La formazione nostrana, che per suoni sembrerebbe provenire dagli Stati Uniti (se non lo sapessi ci giurerei), mentre in realtà proviene dalla calda e solare Campania, ha lasciato dietro di sè la precedente strada dell’alternative rock per girare il timone verso quell’hard rock pomposo con forti tinte blues che tanto ricorda quei cari e vecchi anni 70/80 – qui rivisitati con un’ottica decisamente moderna.

Ognuno dei sei brani presenti (inclusa la cover “metallosa” di ‘I Head It Through The Grapevine’ – classicone pubblicato in origine da Marvin Gaye nella seconda metà dei 60s) ha ragion d’essere, quindi non esistono riempitivi, ma solo composizioni scritte e suonate per lasciar scorrere le menti creative degli Hangarvain e farli tornare alle loro radici, per molti aspetti. Vi piace l’Hard Rock dalle travolgenti melodie? Il blues sanguigno e magari anche il rhythm and blues? O volete del southern? Qui trovate questo ed altro, miscelato con gran gusto e cognizione. D’altronde la band viene dal Sud italico, come già dissi, culla di innumerevoli e brillanti menti creative …la storia insegna.

Ad aprire le danze è proprio la title-track, ‘Roots And Returns’ – il senso di “radici e ritorno” dunque – che porta subito all’attenzione i passi su cui hanno deciso di muoversi gli Hangarvain nel loro ritorno, con ben presente “occhiolino” al passato. Un brano che musicalmente conserva quell’arroganza tanto cara al vero rock, coadiuvato da melodie trainanti con alcune tinte rhythm and blues. Punto di forza e di impatto principale è la bellissima linea vocale di Sergio Toledo Mosca, che si muove con disinvoltura regalando una performance che personalmente definirei impeccabile. Abbastanza lineare la base ritmica creata da Francesco Sacco e Mirkko De Maio, sulla quale si lascia andare la Les Paul di Alessandro Liccardo, maneggiata con classe.

‘Apple Body’ sbatte subito in faccia dei riff fortemente blues, che accompagnano l’intera traccia, in cui il ritornello vi farà viaggiare. L’assolo di chitarra è da pelle d’oca! Si aumentano i ritmi nella successiva e movimentata ‘Love Is Calling Out’, dal sound tipicamente American Style, prima di arrivare a ‘Give Me An Answer’, melodica e possente allo stesso tempo. Brani che definirei “antemici”!

‘The River’ è l’ultima delle tracce inedite che si muove a velocità sostenuta, un po’ come una vecchia Dodge in corsa lungo una statale americana, dove le note accarezzano i capelli nell’andatura per un paesaggio dai colori tenui ed avvolgenti, attorniati da un elegante profumo di libertà. Si giunge al termine di questo dischetto, imperidbile per tutti i rockers che stanno leggendo, con la già citata cover di ‘I Head It Through The Grapevine’, brano di Marvin Gaye uscito nel 1968 e qui reso decisamente “metallico” con dei riff molto southern.

Alla fine della corsa, si resta soddisfatti di tutto, ma proprio di tutto. Le emozioni ed il cuore che gli Hangarvain mettono nel comporre musica viene trasmesso a chi ascolta. La band tiene alta la bandiera del Rock italiano, e di questo ne dobbiamo dare atto, riconoscendo le indiscutibili qualità dei musicisti.

E adesso? Vediamo come si muoveranno… per il momento, come si suol dire, promossi a pieni voti!

26 giu 2018

HAUNTED – Dayburner


Haunted - 'Dayburner' (2018, Twin Earth Records)

Torno a parlarvi degli Haunted, che già ebbi il piacere di incontrare – tra i miei ascolti – con il precedente ed omonimo esordio, ed oggi ritrovo con il nuovissimo e mastodontico album ‘Dayburner’, uscito lo scorso mese nuovamente per la Twin Earth Records.

Se già dal primissimo ascolto venni rapito dalla magia che gli Haunted furono capaci di elargire con il primo disco, in questo secondo capitolo discografico la band siciliana aumenta il dosaggio e lo fa con un certo irrobustimento sonoro, con liturgiche cadenzate in cui ogni speranza di vedere l’alba del giorno dopo diminuisce, con una rimarcata attitudine ed un gusto compositivo rinvigorito e cresciuto, ovviamente – forte di una mastodontica vena evocativa che non lascia assolutamente indifferenti. Se posso permettermi, definirei ‘Dayburner’ un lavoro fatto in maniera magistrale.

Laddove i letali riff delle chitarre di Francesco Bauso e Francesco Orlando si innalzano, monolitici ma avvolgenti, le linee vocali della frontwoman Cristina Chimirri le ritroviamo ancora più tetre e sulfuree, senza perdere quel mood ammaliante che da sempre le contraddistinguono. Per intenderci, immaginatevi il canto di una Sirena ma in veste oscura, pronto ad attrarvi per poi darvi un taglio letale in tutta tranquillità, anche se di “tranquillo” c’è ben poco, visto l’alone sinistro che permea l’intera release. Il cambio di batterista a favore del grande Dario Casabona (già negli Schizo), ha apportato nella band una maggiore dinamicità nella base ritmica, composta anche dal roboante basso di Frank Tudisco, che tra saturazioni e vibrazioni infernali non cede neanche un istante.

Formula vincente non si cambia, dunque gli Haunted restano ben saldi nel proseguire il loro cammino heavy rock / doom con un’attitudine da paura, con un sound ancora più corposo, alcuni ampliamenti circa l’esecuzione, che porta a stati di totale ed angosciante goduria, ovviamente se siete tra coloro che gradiscono tali sonorità. Oltretutto sottolineo che il lavoro dura poco più di un’ora, suddivisa in otto nuove composizioni – una più micidiale dell’altra e delle quali non saprei quale scegliere se dovessi portarmene una come accompagnamento di giornata. Nell’indecisione, mi porto tutto il disco! La band ha dato un taglio maggiormente internazionale alle proprie composizioni e può essere annoverato, a parer mio, tra le vere promesse del panorama doom a livello globale. ‘Dayburner’, quindi, lo troverete sicuramente nella mia personale lista dei migliori album del 2018, su questo non vi è dubbio alcuno!

Seppur ci siano le influenze, immancabili del resto, provenienti da Windhand, Electric Wizzard e gli onnipresenti Padri Black Sabbath (i riff vorticosi su ‘Vespertine’ vi annienteranno), gli Haunted hanno una loro personalità funerea e malinconica, hanno davvero qualcosa da dire (leggetevi i testi quando ascoltate, mannaggia), hanno gli attributi, tutti, hanno una verve compositiva così pesante ed elegante che si sprigiona in maniera palese durante l’ascolto. Da cadenzate color pece si passa da alcuni “stacchi” solitari, come se fossero delle prese d’aria melanconiche plasmate ad influssi spettrali.

Ebbi il piacere di ascoltare un paio di  questi nuovi brani dal vivo, lo scorso Settembre, e già allora capìi la direzione sonora “oppressiva” su cui gli Haunted stavano per muoversi circa il nuovo album. L’ascolto di ‘Dayburner’ ha confermato quanto la band ci aveva lasciato intuire.

Davvero dovrei stare qui a parlarvi di ogni singolo pezzo sgranandolo momento per momento? Invece perché non provate a procurarvi l’album e spararlo ad elevati decibel dal vostro stereo? Vi garantisco che non lo toglierete più dal lettore per un lungo periodo, parola di Chiodometallico! Se alla fine dell’ascolto una pesante sensazione di malinconia si sarà impadronita di voi non preoccupatevi, fa parte del gioco, come si suol dire. Ma, al contempo, state certi che al suo interno troverete anche momenti in cui potrete scapocciare seguendo le cadenze ritmiche come dei dannati!

Band micidiale, disco imperidbile, attitudine pazzesca e livelli compositivi ed esecutivi mooolto elevati!

Di seguito vi lascio il lyric video di 'Waterdawn', seconda traccia del disco e primo singolo estratto!

8 mag 2018

Cos'è un promoter o un manager? Oggi tanti abusano di questa definizione, facciamo chiarezza!

Chi sono i promoter ed i manager? Cosa fanno? Di questa definizione molti ne abusano, spesso personaggi affacciatisi da poco nell'ambiente musicale, senza svolgere nei fatti i compiti che gli spetterebbero. Facciamo un po' di chiarezza su cosa siano tali ruoli e cosa comportino realmente.


Oggi ci sono tante persone in giro, nell'ambiente musicale, che si definiscono promoter o manager, in fondo senza sapere pienamente cosa comporti un tale ruolo e, al contempo, quali siano gli obblighi che si acquisiscono nei confronti di bands o singoli musicisti che vi si affidano.

Faccio una piccola premessa...
Non è di mio interesse fare la morale a qualcuno o imporre con arroganza (o presunzione) quello che è la verità; piuttosto mi limiterò a chiarire quali siano le competenze e le mansioni che comportano l'esser promoter o manager, che, per inciso, non è colui/colei che fa suonare la band sempre nei soliti locali di zona (o nella stessa regione) o ne condivide continuamente le notizie dal proprio spazio nei social.
Purtroppo molte band, soprattutto quelle giovani o comunque all'esordio, tendono ad affidarsi a ambigui personaggi perché mossi dalla fretta di "sfondare" e far parlare di se, elargendo a questi individui dei soldi (perché fare il promoter o il manager è un lavoro, sia chiaro) senza riscuotere, in effetti, quello che realmente gli spetta (o spetterebbe).

Occorre anche fare una ben delineata distinzione poiché promoter e manager sono due ruoli diversi con compiti differenti, seppur con certe caratteristiche comuni, per alcuni aspetti.

Manager

E' colui che si cura della band, romanticamente potremmo definirlo il papà artistico dei musicisti sotto la sua ala protettrice. Nei fatti, il manager, gestisce direttamente la band (o singolo artista) nella sua interezza, quindi curandone la carriera. Favorisce allo sviluppo ed incremento della sua visibilità e valore sia commerciale che non, per aumentare conseguentemente la notorietà. E' importante, per quel che comporta il ruolo, avere delle solide competenze anche in ambito di marketing, public relations e riuscire ad avere una notevole capacità di problem solving da ogni punto di vista, compreso quello fiscale e legale.

Un manager deve sviluppare e mantenere ben saldi contatti e rapporti con etichetta discografica, uffici stampa e promoter, così da curare bene ogni "lato" riguardante l'artista interessato. Quest'ultimo, dunque, non dovrà promuoversi da solo ed avrà anche chi curerà la sua parte amministrativa, in maniera tale da permettergli di concentrarsi nella sua attività compositiva.

Credete che sia facile fare tutto questo? Occorre preparazione, nonostante sia anche la  stessa pratica a preparare, competenza negli ambiti citati e, su tutto, caparbietà, flessibilità ed una buona dose (anzi, eccellente) di pazienza e nervi d'acciaio.

Promoter

E' la persona chiave tra locations e bands, che siano del proprio roster o quelle di un'etichetta per la quale si lavora. Il promoter deve garantire alla band (o singolo musicista) che tutto fili liscio e, ovviamente deve saper vendere gli shows ai locali, o enti che siano.

Occorre, altresì, dedicare molto tempo alla realizzazione di un database di contatti con le relative caratteristiche di ogni location, dalla tipologia dello stesso, ai contatti diretti (ovviamente), al genere di pubblico abituale che frequenta il posto - così da poter proporre anche bands e artisti in linea e non rischiare (o meglio, rischiare meno possibile) che l'evento fallisca. Di norma è anche buona cosa informarsi bene su quali artisti siano stati già ospitati dal locale, con relativi riscontri di pubblico, sul tipo di musica che spesso gira al suo interno e via dicendo...

Il promoter (noto anche come impresario) di solito compra una band ricavando dalle singole (o singola) serate, rischiando quindi in caso di fallimento; altrimenti può vendere - facendo da tramite - uno show dell'artista/i ad enti e locali prendendo la sua percentuale (quindi guadagnandoci in qualsiasi eventualità). Oltretutto è cosa saggia instaurare e mantenere buoni rapporti con promoter di altre regioni, così da riuscire a far girare il proprio artista oltre confine locale. Inoltre, tra i suoi compiti c'è la collaborazione con l'ufficio stampa dell'artista - così da rafforzare la rete mediatica circa recensioni, interviste e altro (non è la band che deve mandare i press kit alle testate se vi è un promoter e/o ufficio stampa dietro lo stesso, altrimenti che li pagano a fare? In tale caso allontanatelo!)

Qui tocco un punto scomodo, nel senso che alcuni "promoter" (virgolette d'obbligo) si definiscono tali facendo suonare le bands sempre e solo nelle proprie zone di competenza e/o sempre negli stessi locali, limitando quindi possibilità (ed in questi casi suggerirei ai musicisti di cambiare istantaneamente il promoter a cui si sono affidati). Non basta definirsi promoter (come anche manager) hobbysticamente per esser tali, occorre mettersi in campo e lavorare quotidianamente, cosa che spesso ne và a discapito di eventuale famiglia (se attività intrapresa in "ritardo") e sacrificandosi se necessario - e se si vuol raccogliere qualche frutto.

I guadagni, come indicatomi peraltro da alcuni promoter con cui ho scambiato qualche chiacchierata prima di stilare questo articolo, sono bassi se si lavora con band emergenti o comunque all'esordio; questa parte iniziale tuttavia è fondamentale per farsi le ossa.

E poi, vi sembra facile organizzare un tour curandone i vari aspetti? (ma qui entra in gioco anche il tour manager)...

Conclusione

Come avrete capito, non sto qui a dire come si svolgano tali mansioni nello specifico, pur sapendolo (essendo stato mio padre un ben affermato e rispettato impresario nella sua regione) ma non essendo al momento il mio campo di attività... giusto uno sguardo fugace su cosa siano un promoter e un manager, così da fare chiarezza in un ambiente divenuto, ormai, un mare pieno di pescecani pronti a risucchiare denaro a molti musicisti; per lo più giovani e inesperti nel settore.

Mi congedo ringraziandovi per aver speso del tempo, qualora abbiate letto, e come sempre rendendomi disponibile a qualsiasi forma di confronto e colloquio su questo e/o altre tematiche inerenti la musica.

Ricordo, nuovamente, che non mi sono espresso con toni presuntuosi o arroganti (me ne guarderei bene), ma solo esporre nella realtà dei fatti cosa competa normalmente ad un promoter e ad un manager. Augurandovi sempre di avere successo e soddisfazione in qualsiasi cosa fate e farete nella vostra vita, artistica o meno che sia.

A presto!

2 mag 2018

TRACY GRAVE - Sleazy Future



Tracy Grave - Sleazy Future (2018, Volcano Records)

Sono giunti alla mia attenzione i Tracy Grave, band formatasi all’inizio di quest’anno e capitanata dall’omonimo frontman – già noto nell’ambiente underground per la presenza in altre formazioni negli ultimi tre / quattro lustri circa. Il disco con cui debutta la formazione sarda è questo ‘Sleazy Future’ di cui ho il piacere di parlarvi, dopo una serie di ascolti, uscito da pochi giorni tramite Volcano Records.

Da amante di certe sonorità (rock / sleazy), ha fatto subito presa su di me il cantato di Tracy, per certi aspetti una sorta di erede del buon Tyla (dei Dogs D’amour, band a cui sono affezionato). Linee vocali graffianti quindi, con quella verve a volte strafottente, ma splendidamente adagiate in sentieri più morbidi all’occorrenza, comunque con una propria personalità.
Mr. Grave per la realizzazione della band – e successivamente del disco – si è attorniato di componenti molto validi quali il chitarrista e compositore Mark Shovel da prima, e successivamente dall’affascinante bassista Nero Viper, il chitarrista Enea  Grave ed il batterista Hurricane John. I cinque, ascoltando l’album, sono palesemente ben affiatati e coordinati su tutto, sia come attitudine (e qui ne trovate quanta ne volete) sia come obiettivo sonoro.

I Tracy Grave creano una miscellanea sonora Rock di indubbio valore ed estremamente ammiccante. Come se le scuole rock del globo (nord europea, britannica e americana) si fossero unite mettendo ognuna la propria influenza, per poi tirar fuori delle sonorità che spaziano dai momenti più tirati e graffianti ad ambientazioni addolcite da melodie a cui è difficile resistere. E se un giorno Michael Monroe, i prima citati Dogs D’amour, i Pretty Boy Floyd, i cari e vecchi Motley Crue, gli L.A. Guns e compagnia stradaiola decidessero di jammare insieme? Ecco, potrebbe uscire molto facilmente un disco come ‘Sleazy Future’!

Ovviamente le influenze sono da intendere come tali, e immancabili in qualsivoglia contesto, poiché la band mette farina del proprio sacco e modella il proprio background generale per dar vita a proiettili come ‘Without Scars’, ‘Dancing On The Sunset’ e ‘Over The Top’ – per citare alcuni dei momenti più diretti ed immediati – e lasciarsi andare anche su sonorità più morbide come in ‘Dirty Rain’, o l’ammaliante e toccante ‘Piece Of Horizon’ – una bellissima ballad

I brani hanno un tutto quello che ci si attenderebbe da un disco sleazy rock con l’aggiunta di alcuni aloni AOR e un gran gusto compositivo in generale. Le chitarre fanno il loro “sporco” lavoro tra tappeti di riff dalle fitte trame e assoli inseriti in maniera azzeccatissima, oltre che ben proposti – poggiandosi su una base ritmica abbastanza lineare che non cede in alcun punto e riesce a “smuvoersi” oltre quando il contesto lo necessita.

‘Sleazy Future’ non sarà la “Next Big Thing” (ammesso che ce ne saranno più oramai), ma è davvero un bel disco divertente e fottutamente affascinante, fatto con grande passione, un’attitudine davvero ineccepibile e con vero sentimento. Un disco gasato ed al contempo sentito e con al suo interno anche un forte invito a resistere ed a rimanere solidali di fronte alla prospettiva di un futuro sempre più incerto. Detto questo, tutti i rockers sono invitati dal sottoscritto ad ascoltare il nuovo album dei Tracy Grave e, soprattutto, a non perdersi un loro live alla prima occasione.

La band merita, la loro musica anche, le qualità non mancano di certo e le idee sono ben chiare. Sapete che vi dico? Vado a riascoltarlo per l’ennesima volta! Ogni volta che ri-pigio sul tastino “play” del lettore il mio cuore di rocker batte più forte!

Vi lascio con il video di 'Over The Top'!

18 apr 2018

LOVE MACHINE - Universe Of Minds



Love Machine 'Universe Of Minds' (2018, Volcano Records)

Oggi vi parlo dei Love Machine, anzi, del loro ritorno. La band meneghina merita di diritto l’appellativo di “cult band”, con le proprie radici nella seconda metà degli 80’s e una serie di interessanti tour con nomi altisonanti: cito giusto Saxon, W.A.S.P e Gotthard.

I Love Machine ci lasciarono con l’album ‘The Nite’ (1997) poco più di un ventennio fa, salvo qualche breve serie di live, per poi scomparire nel nulla, ma lasciando un buon ricordo tra i fans della musica Hard Rock / Heavy Metal. Sette anni or sono iniziarono a girare “voci di corridoio” circa una reunion e, alla fine, ecco la band nuovamente in pista con il nuovo album ‘Universe Of Minds’ rilascciato quest’anno da Volcano Records.

Ci si aspettava una line-up rinnovata, almeno parzialmente, fra cui troviamo tre nuovi ingressi (con importanti esperienze ed attributi annessi) Rob Della Frera (Raising Fear) alla voce, Lele Triton (Highlord, Strange Wings) alle tastiere e Yako Martini al basso. Questi si sono affiancati ai membri della formazione originale quali i chitarristi Frank Raider e Max Adams ed il batterista Andrew Dal Zio, per unirsi in un unico credo, quello dell’hard n’ heavy come si faceva una volta, con passione, con sudore e con tanto sentimento.

L’album risulta variegato, dall’open track d’impatto ‘Anyway’ fino alla conclusiva ‘Now Or Never’, fermo restando in ambiti heavy metal melodico e hard rock, con radici ben affondate nei decenni d’oro del genere ma senza esulare da alcuni influssi sonori da produzioni d’inizio millennio. Composizioni bilanciate tra grinta e adrenalina e melodie affascinanti, capaci anche di regalarci alcuni viaggi a ritroso nel tempo; arrangiamenti di ottima fattura e tastiere sempre ben presenti – ma mai invadenti – che creano un tappeto su cui si impongono con la giusta arroganza le due chitarre ottimamente maneggiate. La base ritmica detta il tempo sempre idoneamente al contesto articolandosi in maniera eccelsa, senza perdersi quando c’è da dinamicizzare la situazione. Ben impostate anche le linee vocali tra momenti più soft e quelli più grintosi, accompagnate dai cori dove necessario, realizzando, in generale per tutto l’album, un ascolto più che gradito per gli amanti dell’heavy metal melodico e dell’hard rock di classe.

Diciamo, per citare nomi noti internazionale, un mix di Pretty Maids, Saxon, W.a.s.p., Iron Maiden e compagnia bella, da cui vengono molte influenze per poi esser rimaneggiate e creare un proprio sound. Di fatto, la band ha una propria identità, restando ben salda nella propria strada stilistica. Energia pura dunque, coadiuvata qui e lì da momenti morbidi e ammalianti e da qualche situazione evocativa, per un disco che segna il grande ritorno di una band italiana che ancora ha qualcosa da dire, e sa dirlo come si deve.

Ben tornati Love Machine, ora dateci dentro e tornate a infiammare il panorama metallico, prendetevi quello che vi spetta!

Questo di seguito il video ufficiale di 'Anyway'!

31 mar 2018

PUNKREAS - Inequilibrio


Punkreas - Inequilibrio (2018, Garrincha Dischi)

Tornano a farsi sentire i Punkreas, che quest’anno giungono a 30 anni di onorabile carriera. Per festeggiare al posto di un nuovo album la band di Parabiago ha optato per due Ep. Il primo, ‘Inequilibrio’, è uscito da pochi giorni ed il secondo vedrà luce nei prossimi mesi, per Garrincha Dischi.

A due anni di distanza dal precedente ‘Il Lato Ruvido’, che li ha successivamente portati in lungo e in largo con un bel tour, i Punkreas si rimettono in corsa con il loro classico punk rock puro e crudo, dove alla base persistono le loro tematiche impegnate e quella verve provocatoria che da sempre caratterizza la band, sempre con cognizione di causa – e su delle giuste cause, per quanto riguarda chi scrive. I punks nostrani sono sempre stati attenti all’attualità con un certo senso critico nei confronti di problematiche importanti, d’altronde.

La situazione socio-culturale odierna sintetizzata in cinque nuove composizioni che, musicalmente parlando, non vi lasceranno star seduti sulla poltrona durante l’ascolto. L’energia dei Punkreas non vuol saperne di scemare (perché qualcuno si aspettava diversamente?) e la band si mostra come sempre in ottima forma e pronta a dire la propria con convizione e con la giusta incazzatura, che esula dall’urlare le proprie ragioni e le proprie riflessioni nel senso stretto del temine, preferendo lasciar fare ai testi ben composti, come sempre oltre tutto.

I brani come intuirete, se conoscete la band (se non la conoscete non so dove abbiate vissuto fino ad oggi), dal vivo faranno letteralmente saltare in aria il pubblico, tra balletti, pogo e salti – con annessa birra d’ordinanza in mano. La produzione di Olly Riva (Shandon), nel Rocker Studio di Mario Riso (Rezophonic), rende giustizia ai componenti, permettendogli di dire la loro nel migliore dei modi e con ognuno il proprio spazio ben curato.

Fermatevi e respirate, che tanto il sole sorgerà lo stesso domani, ricordatevi chi siamo, chi eravamo (anche se ormai abbiamo la memoria corta, purtroppo) e soprattutto focalizzatevi bene su dove volete andare. Si spera che le nuove generazioni possano fare meglio di quella precedente, senza farsi deviare da chi predica dal pulpito, senza lasciarsi confondere da “idoli” di qualsivoglia genere. Le diversità dovranno essere sotterrate, e non causa di divisione per come vorrebbe il sistema, per poter andare avanzare bene nel futuro. E’ questo, riassumendolo brevemente, il messaggio racchiuso in ‘Inequilibrio’.

Ben ritrovati Punkreas, siete sempre dei grandi!

BRAIN DISTILLERS CORPORATION - Medicine Show


Brain Distillers Corporation - Medicine Show (2018, The Jack Music Records)

Giungono al secondo album i Brain Distillers Corporation con il nuovo ‘Medicine Show’, appena uscito tramite The Jack Music Records – a distanza di due anni dal debutto ‘Ugly Farm’.

La band meneghina sembra aver assestato bene il proprio sound, dedito molto al panorama alternativo americano di cui fanno parte Audioslave, Alice In Chains, Soundgarden, Nickelback, Creed e Blackstone Cherry, tutte bands che hanno influenzato la proposta dei Brain Distillers Corporation senza, però, mettersi eccessivamente in mezzo. I nostri ricevono gli influssi sonori delle suddette band (palesemente parte importante del loro background), però, prendendo gli stessi per poi mescolarli e modellarli creando le proprie composizioni. Tra l’altro sono presenti anche molti aloni Black Label Society style e un gran gusto per la melodia e l’emotività. Su tutto un ben presente ed avvolgente groove che riesce a rendere anche affascinante l’ascolto del disco. Varie influenze che si palesano lungo le undici tracce della release rendendo dinamica la fruizione; fondamentalmente un alternative metal / rock con spunti variegati.

Già dalla title-track posta in apertura, ‘Medicine Show’, l’ascoltatore viene avvolto da ritmiche marcianti con corposi riff e melodie accattivanti. Proprio le massicce pareti di chitarra create da Matteo Bidoglia e Francesco Altare, dal gusto southern, fanno da punto forte. Su queste si erige il cantato di Marco Pasquariello, dimostrandosi non solo un singer dalla indubbie qualità ma anche dalle tonalità piacevolissime. La pozione “magica” a cui fa riferimento il brano potrebbe essere anche il brano stesso, perché vi assicuro che gli darete più di un ascolto.

Durante l’avanazare del disco viaggerete tra varie emozioni, piaceri uditivi e avvolgenti sensazioni. Ovviamente va’ detto che nulla di mai sentito viene prensentato al pubblico (e cosa si dovrebbe innovare veramente nel 2018?), ma i Brain Distillers Corporation hanno, comunque, una propria personalità. Le nuove canzoni, vi assicuro, faranno sì che il cd giri nel vostro lettore più volte – come accaduto a me negli ultimi dieci giorni.

Brani come ‘In The Land Of Colours’, dal piglio fortemente southern, o la travolgente ‘The Storm’ (il titolo già dice tutto) non vi lasceranno indifferenti. Sono presenti anche alcuni influssi velati di blues nelle parti di chitarra su ‘Convince Me’, con wah wah ben inseriti ed un refrain molto caldo. ‘The Brain in The Van’ ha quel mood un po’ arrogante che tanto piace ritrovare nel Rock e il ritornello è altamente contaggioso. Nella seconda metà della track-list i Brain Distillers Corporation trovano anche il tempo per omaggiare gli Alice In Chains con la cover di ‘Man In The Box’, per poi continuare con ‘Nezara Viridula’, aperto da sirene d’allarme e, subito dopo, largo spazio al frontman rabbioso e, al contempo, melodioso.

La base ritmica è un altro buon punto della band, che riesce ad articolarsi e muoversi sui giusti passi senza fallire neanche un istante. In fondo, parliamo di musicisti palesemente ben affiatati tra loro e dalle qualità indiscutibili, sia per quanto concerne l’esecuzione che la composizione. Il basso riesce anche ad avere il suo meritatissimo spazio, mettendosi in mostra in tutta la sua dinamicità. Da sottolineare anche il songwriting maturo e ben realizzato, sinonimo che ci troviamo al cospetto di musicisti con le idee chiare. Tematiche spontanee espresse con cognizione di causa e sentimento.

Momento più energico con ‘A Time For Silence’, dove all’hard rock moderno si accosta all’alternative metal creando soluzioni melodiche e potenti. Il pezzo ha un fascino molto trainante, tra l’altro, con riff taglienti. ‘What is Real for You’ è il momento più southern della release e con un groove ancora più corposo. Apprezzo molto le capacità del frontman nell’accostare bene le voci più fluide a quelle più ruvide e “nervose”. L’antemica ‘Syriana’ chiude il disco lasciando un buon sapore (passatemi la definizione) e farà sì che chi ascolta rimarrà sicuramente soddisfatto.

L’album scorre fluido, senza intoppi, senza noie e si ascolta con immenso piacere. Se lo rimetterete dall’inizio per ascoltarlo ancora una volta è tutto nella norma; dischi come questi sono fatti per questo, per accompagnarvi piacevolmente in ogni momento. Un sound cosiddetto “internazionale” che trovera consensi un po’ in tutti voi, fidatevi! I Brain Distillers Corporation hanno fatto nuovamente un bel lavoro, dimostrandosi per quello che sono, un ottima band!

21 mar 2018

DR.GORE - From The Deep Of Rotten


Dr.Gore - From The Deep Of Rotten (2018, Bizzarre Leprous Production)

Toh! Son tornati i Dr. Gore… Ciao belli uagliu’!
Scherzi a parte, la band capitolina torna in pista – come ormai sembra consueto – a distanza di quattro anni con il nuovo album ‘From The Deep Of Rotten’, successore del buon ‘Viscera’ che già presi in esame a suo tempo. Che a sua volta seguì dopo quasi quattro anni l’ancora precedente ‘Rotting Remnants’. Oggi siamo al cospetto del quarto capitolo discografico del quartetto dei Dr.Gore (troppi quattro, domani me lo gioco al Lotto) che uscirà il prossimo 26 Marzo via Bizarre Leprous Production.

La band se ne infischia di cambiare rotta e prosegue il proprio cammino guerrafondaio pur apportando significative modifiche su questo disco, che definirei letteralmente micidiale. I Dr.Gore continuano a promulgare il lercio e letale verbo del grindcore / brutal death metal, di quelli veramente ferali e senza guardarsi dal mietere vittime tra i padiglioni auricolari che avranno il piacere di imbattersi nell’ascolto del nuovo platter.

Cosa differenzia ‘From The Deep Of Rotten’ dalla precedente release? Presto detto… Anzi tutto una produzione ulteriormente migliore è la prima cosa che si incontra già dal primo ascolto. Se prima il sound venne tirato fuori con una risoluzione di livello superiore rispetto ai dischi precedenti, sul nuovo lavoro lo stesso è ulteriormente migliorato lasciando alle spalle – in parte – anche quel senso di “cavernoso”, senza però perdere in violenza ed oscurità. Le nuove composizioni sono davvero ben articolate con annessi stop-and-go, tormentose accelerate e cadenzate infernali. Tra l’altro, a differenza di ‘Viscera’, vi è una diminuzione di tracce e un aumento della loro durata (cosa che personalmente mi ha fatto piacere riscontrare)

La base ritmica composta da Alessio “Pacio” Pacifici e Massimo “Mastino” Romano (basso/voce il primo e batteria il secondo) non cede in alcun punto, creando il motore di base per il Panzer Dr.Gore. Su questa si incrociano le chitarre di Marco Acorte e Luigi Longo che, più letali che mai, sembra si divertano a lanciare delle mine su un campo di battaglia che viene presentato con il nome di ‘From The Deep Of Rotten’.
Per quanto riguarda le linee vocali si denota un minimo utilizzo di pig squeal a favore di brutali e possenti growls, che per alcuni aspetti (calcolando anche le backing scream in più punti) mi ha fatto venire in mente il Glen Benton dei tempi d’oro che furono (vedasi Deicide, per i profani).

Stare qui a fare un track-by-track sarebbe un po’ inutile, poiché tutti i nove brani presenti sul nuovo album seguono la medesima vena stilistica, senza però copiarsi tra loro o rendere l’ascolto monotono e ridondante, anzi. E poi, come citato prima, i brani sono abbastanza dinamici nel loro campo. Seppur nulla di innovativo viene messo al sole (cosa che non viene ricercata dagli amanti di tali situazioni sonore, tra l’altro), state certi che ogni pezzo vi farà marcire il cervello, cosa che vi premette anche il titolo del disco.
Accorrete accorrete, i Dottori son tornati e sono in forma smagliante!
Il mio rispetto per chi, dopo 16 anni, continua a fare il culo (facendoselo) mantenendo sempre una costante attitudine, una gran caparbietà e non perdendo mai in qualità, anzi, migliorando di volta in volta, come i Dr. Gore.

Qui sotto guardatevi il lyric video del singolo (e title-track) 'From The Deep Rotten':

13 mar 2018

THE GUESTZ - Hopeless Case Of Perseverance


The Guestz - Hopeless Case Of Perseverance (2017, Illegal Records)

Oggi vi parlo dei The Guestz, una rock band capitolina che si è presentata poco prima della fine dello scorso anno con l’album – sulla lunga distanza – ‘Hopeless Case Of Perseverance’, secondo lavoro dopo quasi dieci anni dall’Ep d’esordio ‘Not For Money Just For Glory’ (2008).

Che dire, una decade è lunga, ma calcolando assestamenti alla line-up, impegni della quotidianità e varie, possono anche passare in men che non si dica. Fatto sta che questi anni di silenzio discografico non hanno scalfito l’attitudine e l’energia di questi quattro ‘rockettari de Roma’, che nel frattempo si son divertiti ad aprire concerti di Airbourne, Kee Marcello (Europe), The Quireboys, L.A. Guns e altri nomi di un certo spessore – e scusate se è poco!

‘Hopeless Case Of Perseverance’ è una raccolta di nove composizioni legate dalle tematiche della perseveranza – come suggerisce anche il titolo – dell’andare avanti nonostante tutte le difficoltà che nell’esistenza si possono manifestare e la mancanza, spesso, di qualsiasi tornaconto. Su questa base i The Guestz si ostinano a perseguire la propria strada fatta di rock n’ roll, riff taglienti e, all’occorrenza, ammalianti, ritmiche travolgenti, melodie trascinanti e molto catchy e, su tutto, un’attitudine pazzesca!
Chi mi segue sa benissimo quanto io ami tali sonorità, capaci di trasportare l’ascoltatore a ritroso nel tempo fino a quegli indimenticabili e ineguagliabili anni a cavallo tra i 70 e gli 80. La band miscela suoni provenienti dagli Ac/Dc, Airbourne e compagnia selvaggia alla scuola americana nata nella colorata Sunset Boulevard di Los Angeles. Ogni singola nota, ogni assolo, i cori e tutto quello che contiene questo micidiale disco trasuda una genuina attitudine e, seppur non mostri nulla di originale sotto al sole, possiamo tranquillamente riconoscere ai The Guestz una certa personalità e la voglia di andare per la propria via infischiandosene di tutti e tutto. Loro sanno fare davvero bene il Rock n’ Roll, con la R maiuscola, lo sentono e trasportano in chi ascolta le stesse vibrazioni che nascono in loro.

Tra brani trascinanti come ‘Perseverance’ e ‘Eyes Wide Open’, per citarne due, non mancano momenti più morbidi e sognanti come in ‘Make My Day’, e un originale momento esilarante ed energico come ‘Acid Easy’: pezzo chiaramente ispirato agli Ac/Dc con un testo composto da titoli della band australiana. Cazzarola che figata!

In un mondo dove molti musicisti cercando di ostentare innovazione con sound laccati al sapor di plastica e definizioni come “Alternative” (che può significare tutto e niente) ci sono bands come i The Guestz che cercano di continuare a suonare portando avanti con fierezza il sacro verbo del Rock crudo e diretto – senza presunzione o pretese ma con decisione e attitudine, onore a voi!

Almeno un ascolto a questo disco lo suggerisco a tutti gli amanti del buon Rock, perché bands così “stradaiole” e sanguigne in Italia non ce ne sono rimaste molte che io sappia, purtroppo!

12 mar 2018

THUNDERMOTHER - Thundermother


Thundermother - 'Thundermother' (2018, Despotz Records)

Sono tornate a farsi ben sentire le rockers svedesi Thundermother con il nuovo ed omonimo album, uscito di recente tramite Despotz Records. Lavoro che presenta la nuova line-up, dopo la dipartita praticamente di tutta la band che ha visto restare da sola la chitarrista / fondatrice Filippa Nässil, ad oggi con una nuova e valida formazione intorno composta dall’accattivante voce di Guernica Mancini e la solida base ritmica in mano alla batterista Emlee Johansson e la bassista Sara Pettersson.

Sembrava che fosse arrivata la fine per le Thundermother, invece la band, forte di una rinnovata grinta, si ripresenta al pubblico con un disco che farà breccia nel cuore e nel sistema uditivo di ogni rocker! ‘Thundermother’ contiene un agglomerato di Hard Rock diretto e viscerale, senza fronzoli di alcun tipo mirando direttamente al sodo e facendo centro.
Già dall’opener ‘Revival‘ la band riesce ad affascinare l’ascoltatore con quel mood molto anni 80 che pesca a piene mani da quella gloriosa scena che fu e che continua a fare scuola (Ac/Dc su tutti), tra riff accattivanti e la splendida voce di Guernica. Ritmiche più dinamitarde nella successiva ‘Whatever’, singolo di lancio del disco del quale è stato realizzato il videoclip (visionabile sotto), dove non potrete resistere dall’agitarvi con un bel headbanging.

La forma canzone delle Thundermother è semplice e di facile approccio, con brani che scorrono l’uno dopo l’altro senza intoppi e, soprattutto, senza riempitivi inutili. Se conoscete già la band non serve che stia qui a dirvi che la proposta musicale percorre una strada già battuta, ma lo fa con una stra-grande attitudine e tutte le carte in regola; non mancano i riff taglienti, gli assoli trascinanti e una ritmica che non cede mai. Le linee vocali hanno un ottima grinta e la nuova vocalist mostra tutte le sue grandi doti, accompagnata da azzeccatissimi cori dove serve.
Ci sono brani al fulmicotone come ‘Rip Your Heart Out’ e ‘Quitter’, in grado di farvi saltare in aria, sia che le mettiate a un party o in sede live (ancora meglio), dove la prima regola è alzare il volume e lasciarsi andare. Non mancano momenti più morbidi come ‘Fire In The Rain’, sognante ed affascinante, o come ‘Hanging At My Door’, praticamente una hit che fa sempre piacere ascoltare e riascoltare.

‘Thundermother’ ha tutte le caratteristiche di un buon album hard rock / rock n’ roll, di quelli che si inseriscono dentro al lettore CD senza esitare e che poi è difficile tirar fuori, senza avere la presunzione di innovare il genere – seppur una strizzatina d’occhio ai tempi odierni c’è – e senza enormi pretese. Dopo vari ascolti, durante i quali mi sono ritrovato costantemente attratto dalla musica, l’attitudine e le sensazioni emanate di queste cazzutissime rockers svedesi, mi sento di suggerire assolutamente questo album a tutti gli amanti del buon rock, senza se e senza ma.

Un gradito ritorno di una band di cui si temeva una brutta sorte. Ben ritrovate Thundermother!

25 feb 2018

PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS – The Age Of Absurdity


Phil Campbell And The Bastard Sons - The Age Of Absurdity (2018, Nuclear Blast Records)

C’è poco da presentare quando si tira in ballo Phil Campbell, che con i Motorhead ha messo a fuoco un intero pianeta. Dopo la fine di quella meravigliosa, unica ed inimitabile band il buon Phil non è stato certamente con le mani in mano, dando vita ai Phil Campbell And The Bastard Sons, componendo la band con i suoi figli Todd, Dane e Tyla ed il vocalist Neil Starr e debuttando con l’omonimo Ep due anni or sono.

Quest’anno Phil Campbell And The Bastard Sons si sono ripresentati al pubblico, dopo una lunga serie di live, con il primo full lenght intitolato ‘The Age Of Absurdity’ che vede un maggior assestamento dei nostri ed una grinta davvero lodevole, oltre che un buon song-writing, soprattutto se paragonato all’esordio di cui sopra.

Dall’opener ‘Ringleader’ c’è da alzarsi in piedi per lasciarsi andare in un potente headbanging, ma se volete potete farlo anche seduti, se riuscirete a restarci. Il brano ha delle sonorità che hanno molto dei Motorhead, influenza se vogliamo inevitabile, che però non vuol fare il verso agli Dei del Rock n’ Roll – di fatto Phil ed i suoi figli bastardi mettono molta farina del proprio sacco nei brani stando ben attenti a non rifarsi troppo al passato del padre. Lo stesso vale per episodi come ‘Gypsy Kiss’ o ‘Dropping The Needle’, che si muovono comunque con le loro gambe, senza necessariamente fare dei riferimenti. Brani “killer” se vogliamo.

L’album è un tripudio di rock’n’roll diretto senza produzioni laccate e artefatte, tutto suona in maniera genuina e mette in risalto ogni componente, sempre – però – orientato a sonorità fresche. Belle le linee vocali di Neil Starr, migliori rispetto al precedente Ep, eccellenti le chitarre taglienti e corpose di Phil che ormai tutti conosciamo e che, in questo contesto, aumentano in corposità rilasciando assoli ottimi e riff dal tocco inconfondibile. Ad affiancarlo all’altra sei corde il figlio Todd, degno figlio del padre, capace di mantenere l’accompagnamento. La base ritmica composta da Dane e Tyla mantiene costantemente il tiro, sia nei momenti più accelerati, dove vanno a briglie sciolte, sia in momenti più quadrati o contenuti, come su ‘Skin And Bones’, dai tempi meno veloci ma con un mood massiccio.
Seguendo il classico DNA Campbell ovviamente in tanto rock n’ roll / hard rock non mancano alcune parentesi bluesy come nella bellissima ‘Dark Days’ (ve ne innamorerete), con annessa armonica a bocca ed un groove pazzesco! Immaginerete che non mancherà anche qui un bell’assolo piazzato con classe. Il ritornello, tra l’altro, è di quelli antemici che vi si ficcheranno in testa al primo ascolto. Un altro momento morbido lo troviamo anche nell’ultima traccia del disco intitolata ‘Into The Dark’.

Se, invece, vi procurate ‘The Age Of Absurdity’ in CD troverete come bonus track anche la cover di ‘Silver Machine’ degli Hawkwind con alla voce Dave Brock, della stessa band – in cui ha militato l’indimenticabile Lemmy Kilmister. Un giusto omaggio per non dimenticare mai da dove si proviene.

I Phil Campbell And The Bastard Sons si sono ripresentati con grinta, un assestamento migliore tra essi e sono pronti per continuare ad infuocare tanti palchi. Disco micidiale da procurarsi assolutamente se vi piace il Rock n’ Roll / Hard Rock puntellato da certe trovate bluesy e, soprattutto, dannatamente affascinante.

Scusate, voi procuratevi il disco, intanto io vado a farmi un whisky & coca e poi lo ascolto nuovamente, per l’ennesima volta!

23 feb 2018

INNER HATE – Reborn Through Hate


Inner Hate - Reborn Through Hate (2017, Autoprodotto)

Torno a parlarvi degli Inner Hate, combo siciliano che lo scorso Dicembre ha pubblicato il secondo Ep intitolato ‘Reborn Through Hate’, a distanza di quattro anni dal precedente esordio ‘First Hate To The World’.

Va da se che, in fase di una mia personale valutazione, il precedente lavoro mi ha fatto da punto di partenza per poter constatare un eventuale crescita della band, sia dal punto di vista compositivo sia da quello esecutivo.

Il cambio di batterista a favore di Vincenzo Lombardi (Thrash Bombz) ha portato negli Inner Hate quel qualcosa in più nella base ritmica, senza nulla togliere al precedente, comunque valido. Il sound della band è cresciuto, così come sono cresciuti i musicisti sotto ogni punto di vista irrobustendo il sound a favore di una maggiore componente di matrice death che si imprime nelle basi thrash che sin dall’inizio caratterizzano la loro musica.


Daniel Ferrara si ripresenta con linee vocali più incazzate e viscerali, lanciate addosso all’ascoltatore mentre con la sei corde non esula dallo schioccare riff letali e dall’adornare le composizioni contenute nel nuovo Ep con azzeccati soli ed una certa dinamicità che mi ha lasciato pienamente soddisfatto dell’ascolto. Tornando alla base ritmica, ho trovato il prima citato Vincenzo in perfetta coordinazione con il roboante basso di Mattia Amodeo, una coppia capace di creare una macchina da guerra senza fronzoli che punta diritta al sodo: demolire!

Il nuovo Ep ‘Reborn Through Hate’, per certi aspetti, è come se volesse indicare, parafrasando il titolo stesso, una sorta di rinascita degli Inner Hate con la nuova line-up ed una rinvigorita furia distruttiva. Una miscela sonora all’interno della quale si trovano riferimenti vari tra scuola thrash teutonica, americana e death metal nord europeo, producendo un disco veramente distruttivo che punta su velocità, precisione ed un gran gusto compositivo.

Dall’open track ‘Sentenced To Damnation’ che apre la release con un massiccio attacco frontale, passando per l’altrettanto distruttiva e cattivissima ‘Unholy Cross Of Death’ si giunge a ‘Time To Kill’, che può esser annoverato come uno dei migliori pezzi composti dagli Inner Hate sino ad oggi; dinamica al punto giusto e pronta per deragliarvi addosso con violenza. In chiusura è posta l’oscura title-track ‘Reborn Through Hate’ che chiude il vortice sonoro lasciando l’apparato uditivo piacevolmente indolenzito, tenendo anche conto che prima di iniziare a scrivere avrò ascoltato l’Ep almeno 3 / 4 volte di fila… senza mai stancarmi o sentire senso di noia. Il brano si chiude con una sfumatura della violenza a favore di una chitarra solitaria, con quella sensazione di calma dopo una tempesta.

Se con il primo Ep gli Inner Hate si sono presentati al pubblico mettendo in chiaro le proprie intenzioni, con questo ‘Reborn Through Hate’ hanno deciso di palesare il loro lato più devastante e feroce. Oltre all’ottimo affiatamento tra i componenti, c’è da sottolineare anche la produzione che rende giustizia ad ogni elemento: ognuno nel proprio spazio per poi unirsi in maniera ottimale all’altro senza sopraffazioni o dislivelli (tra le migliorie riscontrate rispetto al precedente lavoro) – quindi un plauso dovuto al buon lavoro di Fabio Monaco nei Sound Empathy Studios.

Bella band, ottima musica, attitudine micidiale e verve distruttiva da paura!