10 mag 2019

EXTREMA - Headbanging Forever


Extrema - 'Headbanging Forever' (2019, Rockshots Records)

Hey metalhead, sono tornati gli Extrema! Pronti per l’headbanging? Anzi, ‘Headbanging Forever’, come il titolo del nuovo e settimo album in studio della band, uscito proprio oggi su Rockshots Records.

Tommy Massara, unico membro originario rimasto in line-up, e compagni si ripropongono con un nuovo corso che, senza dimenticare le proprie radici, rimescola le carte osando quella modernità e melodia che, miscelata ad una massiccia base thrash che ormai tutti sappiamo, forma un disco di alto livello! Forti del nuovo e versatile singer Tiziano Spigno, melodico ed aggressivo allo stesso tempo (se posso dirlo, un grande!), gli Extrema tirano fuori ‘Headbanging Forever’. Riff letali in primo piano, fra thrash, groove e quella vena heavy vecchia scuola, una base ritmica che miete vittime senza pietà, ma con grande goduria per l’apparato uditivo (un po’ meno per il vostro collo), e su tutto le linee vocali che si erigono con grande maestria. Decisamente diverso dall’ex frontman Gl Perotti (uscito fuori due anni or sono), Tiziano dona quella ventata di freschezza al nuovo cammino della band. La totalità del nuovo disco è di un livello davvero alto, in cui gli Extrema tentano un nuovo passo sonoro, riuscendoci e, al contempo, trovando pienamente il mio personale consenso.

L’opener ‘The Call’ mette sin da subito in chiaro la situazione, non c’è scampo per nessuno. La violenza sonora coadiuvata da travolgenti melodie la fa da padrona, per la gioia di tutti i metalhead. Brani come ‘For The Loved and The Lost’ o ‘Heavens Blind’, pur mantenendo il marchio Extrema, non disprezzano la “nuova era” come descritta sopra. Nessun riempitivo tra le dieci tracce che compongono il nuovo ‘Headbanging Forever’, solo tanta buona musica, rabbiosa musica che guarda al futuro, capace di travolgervi portandovi con sè.

Ben tornati Extrema!

29 apr 2019

Imparare "il cambiamento", tra paura e speranza!

Chi non mi conosce personalmente, o comunque poco, magari non sa che sono un Terrone (con la T maiuscola, please) e fiero di esserlo. Sono amante della mia terra e quando mi trovo in giro, altrove, sorrido sempre nel momento in cui rientro a casa.

Nella vita, purtroppo, ci sono situazioni che ti portano lontano dalla terra che ami. Ad oggi ho sempre nascosto a me stesso la mancanza di un roseo futuro nella mia terra. Un giorno ci si sveglia e, tutto d'un tratto, non si può più nascondere dietro un dito la realtà delle cose. Si prende realmente atto che, pur non desiderandolo, occorre andare via con la prospettiva di giorni, contesti ed opportunità migliori.

Credete che sia facile andare via dalla terra in cui si è nati, cresciuti e formati? Lasciare un posto da sempre considerato magico ed unico, in cui resteranno indietro tutti i propri angoli da sempre custoditi gelosamente, gli affetti e quant'altro ci abbia tenuto in piedi in ogni istante, come punto di riferimento? Non lo è, non lo è affatto! Eppure a volte, è necessario perché si è impotenti.

Sono impotente davanti una strada che viene percorsa in senso errato, perché non posso far nulla per invertire il senso di marcia. Duole profondamente sentirsi una goccia nell'oceano e dover andare, per forza di cose, in direzione della corrente che non piace; allora ci si pensa, si piange, ci si dispera, ma si arriva al dunque. "Dobbiamo andare via da qui!".

Sono arrivato in uno di quei bivi esistenziali in cui non posso più far finta che tutto vada bene, dove nulla di quel che speravo si realizza. Un bivio in cui entrano pesantemente in conflitto il cuore e la ragione, e tu cerchi di arbitrare diplomaticamente la situazione, ma non ci riesci più, non hai più le forze necessarie. Occorre seguire la testa, perché "chi di speranza vive, disperato muore", si dice. Allora ti prepari per andare via, e prima ancora di organizzare il tutto devi preparare la cosa più difficile di tutte, devi preparare te!

Cade il velo che si è cucito con cura negli anni, in maniera da coprire tutto ciò che non và, per paura di affrontarlo. Allora il velo non puoi più rattopparlo, tigliendolo del tutto per non creare pesi inutili. Iniziare una nuova vita, mettersi in cammino su una nuova strada senza alcuna certezza, seppur con potenziali nuove possibilità. E' qualcosa di eccitante, ma che inizialmente intimorisce. D'altronde il cambiamento ha sempre fatto paura, sempre! Si inizia tutto d'accapo, magari con nuove speranza, concentrando in se tutto il  coraggio di cui si dispone, aggiungendone del nuovo portato dal disgusto e dalla rabbia; il vero propulsore.

Si alternano momenti di piacere per le possibili sorprese che si potrebbero incontrare, ma, al contempo, ci si perde in un filo di angoscia per il dover stravolgere tutto, non avere più accanto i propri affetti (e credetemi che è davvero dura). Il futuro è un'incognita, ovviamente, quindi voglio sperare che lo sarà in maniera positiva.

Spero che questo mio sfogo possa trovar spazio nella mente di chi ci ha sempre chiamato "Terroni" con disprezzo. Doversi spostare dalla propria terra per poter vivere una vita dignitosa non è mai stato qualcosa di gradito e voluto, ma è sempre stato doveroso per diverse necessità. Chi ha la fortuna di potersi realizzare nella propria città, con i propri affetti a "portata di mano" e con i propri angoli esistenziali di sempre vicini, non lo capirà mai realmente.

Dunque ti prepari al cambiamento, con una rinnovata speranza, con l'intento di riuscire in qualche modo. Con il pensiero fisso di poter dire, un giorno, <<l'ho fatto e ci sono riuscito!>>. Si cerca di aprirsi a nuove opportunità, in territori diversi con nuova gente, in posti mai esplorati prima, se non per svago. Si ha quella "tremarella" che, se ben gestita, ci darà la forza di affrontare tutto e, al contempo, di riuscire a dare un senso, in qualche modo, alla propria esistenza.

Non si è mai i primi, né gli ultimi, ad imparare cos'è un cambiamento. Per quanto possa sembrare, per certi aspetti, un po' immaturo il mio sfogo, credo che sia necessario avere sempre una valvola di sfogo. C'è chi ha un diario segreto, chi un migliore a amico a cui confidare i fatti propri, io ho un blog!

Come diceva un artista che amo: "Siamo nati per perdere, ma viviamo per vincere!"

<<Lo so che è difficile, una resistenza naturale. È una seccatura combattere... Ma presto sarà la nostra ora, sappiamo tutti dove siamo stati. Tutto ciò che facciamo è vivere per vincere>> (MOTORHEAD - 'Live To Win')


28 apr 2019

FREDDY DELIRIO AND THE PHANTOMS – The Cross


Freddy Delirio And The Phantoms  - 'The Cross' (2019, Black Widow Records)

Parlo sempre con piacere di Freddy Delirio (al secolo Federico Pedichini), noto ai più come il fantasma dietro le tastiere dei Death SS, ma dalla ben delineata personalità artistica. Un musicista dalle diverse sfaccettature che ha sempre tirato fuori dal suo magico cilindro prodotti musicali di indiscutibile valore. Oltre a Death SS, H.A.R.E.M., la parentesi Wogue e varie partecipazioni all’attivo, il buon Freddy oggi si ripresenta con il nuovo progetto Freddy Delirio And The Phantoms, rilasciando di recente il debut album ‘The Cross’ attraverso la rinomata Black Widow Records.

Non parliamo di un semplice album, ma di un vero e proprio viaggio ancestrale per un mondo parallelo, con punti di fissione al nostro, tra racconti di vita vissuta e metafore arricchite da magniloquenti melodie e veli sonori a tratti angoscianti e fantasmagorici. Non mancano riferimenti arcaici, ancorati ad un trascorso da cui è sempre bene trarre qualcosa di buono e, magari, trovare la forza per sopportare la croce karmica che ognuno porta su di sè. Soluzioni sonore, spesso, dalle tinte oscure e sinistre, che contengono, però, messaggi e pensieri positivi.

Sonorità che toccano un po’ tutte le sfaccettature artistiche di Delirio sono presenti su questo ‘The Cross’, dal prog rock ad alcuni momenti heavy (seppur di heavy metal ci sia davvero poco sul disco), ad eteree soluzioni di “pink floyd-iana” memoria, influssi doom, ombre gotiche e tanti altri inserti – tra cui teatrali – che, durante i vari ascolti, vanno palesandosi sempre con gradevole sorpresa.

Ad accompagnare il mastermind troviamo musicisti di indubbio valore, tra cui ex membri dei Death SS e, Mr. Steve Sylvester in persona nei cori del brano ‘The New Order’. Credetemi, parlare o scrivere di ‘The Cross’ è cosa un po’ ardua, poiché siamo al cospetto di un lavoro artistico magistrale, che necessità di più ascolti; nonostante ne basti uno per apprezzarlo sin da subito – con il “rischio” di non farlo più uscire dallo stereo. Oltre ai fantastici testi, Freddy si è occupato totalmente delle parti strumentali, salvo alcuni contributi (di alto livello) da parte di Francis Thorn, Vincent Phibes, Lucky Balsamo e Christian Delirio, il giovanissimo figlio di Freddy, che ha prestato le sue qualità ai timpani (degno figlio del padre direi).

Un ascolto attento, dunque, è il mio suggerimento per cogliere a piene mani quanto contenuto su questa scritta, registrata e prodotta in maniera certosina e con cura per ogni minimo dettaglio – come sempre, del resto, ha fatto Freddy Delirio.

Da storie d’amore a gironi infernali, passando per disperazione e rinascita, ‘The Cross’ di Freddy Delirio And The Phantoms è un album destinato a restare a lungo tra gli ascolti quotidiani di ogni amante della musica, buona musica. Ogni brano è una storia a se stante che, al contempo, riescono ad unirsi formando un maestoso concept. Credetemi che incorniciare questa opera in un’etichetta è qualcosa di impossibile.

Tralasciamo, almeno in questo caso, il genere che si ascolta. Procuratevi il disco, iniziate a farlo girare nello stereo e godetevelo dalla prima all’ultima nota. Garantisco che non vi stancherà e, anzi, vi ammalierà sempre di più. Nel momento in cui scirvo, dopo il sesto ascolto, posso dirvi che… via, vado a riascoltarlo!

Per un assaggi ovi lascio il lyric video di 'In The Fog':

23 apr 2019

Suoni Distorti Magazine riparte da Zero!


Nella scorsa notte, alcuni problemi "tecnici" hanno portato alla cancellazione di tutti i contenuti di Suoni Distorti Magazine. Portale musicale a cui diedi vita nell'ormai lontano 2010.
In questi anni abbiamo avuto modo di inserire migliaia di contenuti, tra news, recensioni, interviste, articoli tematici, live report, photogallery di eventi, e tantissimo altro ancora.

Purtroppo questi nove anni di attività sono stati cancellati e non più recuperabili (anche se qualcosa sto cercando di riprenderla tramite alcuni servizi web, ma sarà molto poco rispetto a tutto il lavoro svolto).

Pur non avendone colpa, né io né il mio validissimo team, mi sento di scusarmi con tutti coloro le cui interviste, recensioni o altro siano andate perse. Giuro che farò il possibile per recuperare dai server in rete quanto più materiale possibile.

Suoni Distorti Magazine non si ferma, anzi, ci rimbocchiamo le maniche e ripartiremo quanto prima!
Grazie a tutti per i messaggi di vicinanza, per me è come se fosse un "lutto tecnologico", avendo riversato sulla webzine tempo e denaro dal 2010 ad oggi.

Non mi sento di aggiungere altro, che sarebbe superfluo. Sono solamente distrutto per quanto accaduto, ma ripartiremo, potete giurarci!

A breve saremo nuovamente on-line, come sempre su https://suonidistortimagazine.com/

Francesco "Chiodometallico" Russo

11 ott 2018

HANGARVAIN – Roots And Returns


Hangarvain - 'Roots And Returns' (2018, Volcano Records)

Oggi vi parlo degli Hangarvain, che quest’anno son tornati in pista con ‘Roots And Returns’. Ma prima parliamo un attimo della band…

La formazione nostrana, che per suoni sembrerebbe provenire dagli Stati Uniti (se non lo sapessi ci giurerei), mentre in realtà proviene dalla calda e solare Campania, ha lasciato dietro di sè la precedente strada dell’alternative rock per girare il timone verso quell’hard rock pomposo con forti tinte blues che tanto ricorda quei cari e vecchi anni 70/80 – qui rivisitati con un’ottica decisamente moderna.

Ognuno dei sei brani presenti (inclusa la cover “metallosa” di ‘I Head It Through The Grapevine’ – classicone pubblicato in origine da Marvin Gaye nella seconda metà dei 60s) ha ragion d’essere, quindi non esistono riempitivi, ma solo composizioni scritte e suonate per lasciar scorrere le menti creative degli Hangarvain e farli tornare alle loro radici, per molti aspetti. Vi piace l’Hard Rock dalle travolgenti melodie? Il blues sanguigno e magari anche il rhythm and blues? O volete del southern? Qui trovate questo ed altro, miscelato con gran gusto e cognizione. D’altronde la band viene dal Sud italico, come già dissi, culla di innumerevoli e brillanti menti creative …la storia insegna.

Ad aprire le danze è proprio la title-track, ‘Roots And Returns’ – il senso di “radici e ritorno” dunque – che porta subito all’attenzione i passi su cui hanno deciso di muoversi gli Hangarvain nel loro ritorno, con ben presente “occhiolino” al passato. Un brano che musicalmente conserva quell’arroganza tanto cara al vero rock, coadiuvato da melodie trainanti con alcune tinte rhythm and blues. Punto di forza e di impatto principale è la bellissima linea vocale di Sergio Toledo Mosca, che si muove con disinvoltura regalando una performance che personalmente definirei impeccabile. Abbastanza lineare la base ritmica creata da Francesco Sacco e Mirkko De Maio, sulla quale si lascia andare la Les Paul di Alessandro Liccardo, maneggiata con classe.

‘Apple Body’ sbatte subito in faccia dei riff fortemente blues, che accompagnano l’intera traccia, in cui il ritornello vi farà viaggiare. L’assolo di chitarra è da pelle d’oca! Si aumentano i ritmi nella successiva e movimentata ‘Love Is Calling Out’, dal sound tipicamente American Style, prima di arrivare a ‘Give Me An Answer’, melodica e possente allo stesso tempo. Brani che definirei “antemici”!

‘The River’ è l’ultima delle tracce inedite che si muove a velocità sostenuta, un po’ come una vecchia Dodge in corsa lungo una statale americana, dove le note accarezzano i capelli nell’andatura per un paesaggio dai colori tenui ed avvolgenti, attorniati da un elegante profumo di libertà. Si giunge al termine di questo dischetto, imperidbile per tutti i rockers che stanno leggendo, con la già citata cover di ‘I Head It Through The Grapevine’, brano di Marvin Gaye uscito nel 1968 e qui reso decisamente “metallico” con dei riff molto southern.

Alla fine della corsa, si resta soddisfatti di tutto, ma proprio di tutto. Le emozioni ed il cuore che gli Hangarvain mettono nel comporre musica viene trasmesso a chi ascolta. La band tiene alta la bandiera del Rock italiano, e di questo ne dobbiamo dare atto, riconoscendo le indiscutibili qualità dei musicisti.

E adesso? Vediamo come si muoveranno… per il momento, come si suol dire, promossi a pieni voti!

26 giu 2018

HAUNTED – Dayburner


Haunted - 'Dayburner' (2018, Twin Earth Records)

Torno a parlarvi degli Haunted, che già ebbi il piacere di incontrare – tra i miei ascolti – con il precedente ed omonimo esordio, ed oggi ritrovo con il nuovissimo e mastodontico album ‘Dayburner’, uscito lo scorso mese nuovamente per la Twin Earth Records.

Se già dal primissimo ascolto venni rapito dalla magia che gli Haunted furono capaci di elargire con il primo disco, in questo secondo capitolo discografico la band siciliana aumenta il dosaggio e lo fa con un certo irrobustimento sonoro, con liturgiche cadenzate in cui ogni speranza di vedere l’alba del giorno dopo diminuisce, con una rimarcata attitudine ed un gusto compositivo rinvigorito e cresciuto, ovviamente – forte di una mastodontica vena evocativa che non lascia assolutamente indifferenti. Se posso permettermi, definirei ‘Dayburner’ un lavoro fatto in maniera magistrale.

Laddove i letali riff delle chitarre di Francesco Bauso e Francesco Orlando si innalzano, monolitici ma avvolgenti, le linee vocali della frontwoman Cristina Chimirri le ritroviamo ancora più tetre e sulfuree, senza perdere quel mood ammaliante che da sempre le contraddistinguono. Per intenderci, immaginatevi il canto di una Sirena ma in veste oscura, pronto ad attrarvi per poi darvi un taglio letale in tutta tranquillità, anche se di “tranquillo” c’è ben poco, visto l’alone sinistro che permea l’intera release. Il cambio di batterista a favore del grande Dario Casabona (già negli Schizo), ha apportato nella band una maggiore dinamicità nella base ritmica, composta anche dal roboante basso di Frank Tudisco, che tra saturazioni e vibrazioni infernali non cede neanche un istante.

Formula vincente non si cambia, dunque gli Haunted restano ben saldi nel proseguire il loro cammino heavy rock / doom con un’attitudine da paura, con un sound ancora più corposo, alcuni ampliamenti circa l’esecuzione, che porta a stati di totale ed angosciante goduria, ovviamente se siete tra coloro che gradiscono tali sonorità. Oltretutto sottolineo che il lavoro dura poco più di un’ora, suddivisa in otto nuove composizioni – una più micidiale dell’altra e delle quali non saprei quale scegliere se dovessi portarmene una come accompagnamento di giornata. Nell’indecisione, mi porto tutto il disco! La band ha dato un taglio maggiormente internazionale alle proprie composizioni e può essere annoverato, a parer mio, tra le vere promesse del panorama doom a livello globale. ‘Dayburner’, quindi, lo troverete sicuramente nella mia personale lista dei migliori album del 2018, su questo non vi è dubbio alcuno!

Seppur ci siano le influenze, immancabili del resto, provenienti da Windhand, Electric Wizzard e gli onnipresenti Padri Black Sabbath (i riff vorticosi su ‘Vespertine’ vi annienteranno), gli Haunted hanno una loro personalità funerea e malinconica, hanno davvero qualcosa da dire (leggetevi i testi quando ascoltate, mannaggia), hanno gli attributi, tutti, hanno una verve compositiva così pesante ed elegante che si sprigiona in maniera palese durante l’ascolto. Da cadenzate color pece si passa da alcuni “stacchi” solitari, come se fossero delle prese d’aria melanconiche plasmate ad influssi spettrali.

Ebbi il piacere di ascoltare un paio di  questi nuovi brani dal vivo, lo scorso Settembre, e già allora capìi la direzione sonora “oppressiva” su cui gli Haunted stavano per muoversi circa il nuovo album. L’ascolto di ‘Dayburner’ ha confermato quanto la band ci aveva lasciato intuire.

Davvero dovrei stare qui a parlarvi di ogni singolo pezzo sgranandolo momento per momento? Invece perché non provate a procurarvi l’album e spararlo ad elevati decibel dal vostro stereo? Vi garantisco che non lo toglierete più dal lettore per un lungo periodo, parola di Chiodometallico! Se alla fine dell’ascolto una pesante sensazione di malinconia si sarà impadronita di voi non preoccupatevi, fa parte del gioco, come si suol dire. Ma, al contempo, state certi che al suo interno troverete anche momenti in cui potrete scapocciare seguendo le cadenze ritmiche come dei dannati!

Band micidiale, disco imperidbile, attitudine pazzesca e livelli compositivi ed esecutivi mooolto elevati!

Di seguito vi lascio il lyric video di 'Waterdawn', seconda traccia del disco e primo singolo estratto!

8 mag 2018

Cos'è un promoter o un manager? Oggi tanti abusano di questa definizione, facciamo chiarezza!

Chi sono i promoter ed i manager? Cosa fanno? Di questa definizione molti ne abusano, spesso personaggi affacciatisi da poco nell'ambiente musicale, senza svolgere nei fatti i compiti che gli spetterebbero. Facciamo un po' di chiarezza su cosa siano tali ruoli e cosa comportino realmente.


Oggi ci sono tante persone in giro, nell'ambiente musicale, che si definiscono promoter o manager, in fondo senza sapere pienamente cosa comporti un tale ruolo e, al contempo, quali siano gli obblighi che si acquisiscono nei confronti di bands o singoli musicisti che vi si affidano.

Faccio una piccola premessa...
Non è di mio interesse fare la morale a qualcuno o imporre con arroganza (o presunzione) quello che è la verità; piuttosto mi limiterò a chiarire quali siano le competenze e le mansioni che comportano l'esser promoter o manager, che, per inciso, non è colui/colei che fa suonare la band sempre nei soliti locali di zona (o nella stessa regione) o ne condivide continuamente le notizie dal proprio spazio nei social.
Purtroppo molte band, soprattutto quelle giovani o comunque all'esordio, tendono ad affidarsi a ambigui personaggi perché mossi dalla fretta di "sfondare" e far parlare di se, elargendo a questi individui dei soldi (perché fare il promoter o il manager è un lavoro, sia chiaro) senza riscuotere, in effetti, quello che realmente gli spetta (o spetterebbe).

Occorre anche fare una ben delineata distinzione poiché promoter e manager sono due ruoli diversi con compiti differenti, seppur con certe caratteristiche comuni, per alcuni aspetti.

Manager

E' colui che si cura della band, romanticamente potremmo definirlo il papà artistico dei musicisti sotto la sua ala protettrice. Nei fatti, il manager, gestisce direttamente la band (o singolo artista) nella sua interezza, quindi curandone la carriera. Favorisce allo sviluppo ed incremento della sua visibilità e valore sia commerciale che non, per aumentare conseguentemente la notorietà. E' importante, per quel che comporta il ruolo, avere delle solide competenze anche in ambito di marketing, public relations e riuscire ad avere una notevole capacità di problem solving da ogni punto di vista, compreso quello fiscale e legale.

Un manager deve sviluppare e mantenere ben saldi contatti e rapporti con etichetta discografica, uffici stampa e promoter, così da curare bene ogni "lato" riguardante l'artista interessato. Quest'ultimo, dunque, non dovrà promuoversi da solo ed avrà anche chi curerà la sua parte amministrativa, in maniera tale da permettergli di concentrarsi nella sua attività compositiva.

Credete che sia facile fare tutto questo? Occorre preparazione, nonostante sia anche la  stessa pratica a preparare, competenza negli ambiti citati e, su tutto, caparbietà, flessibilità ed una buona dose (anzi, eccellente) di pazienza e nervi d'acciaio.

Promoter

E' la persona chiave tra locations e bands, che siano del proprio roster o quelle di un'etichetta per la quale si lavora. Il promoter deve garantire alla band (o singolo musicista) che tutto fili liscio e, ovviamente deve saper vendere gli shows ai locali, o enti che siano.

Occorre, altresì, dedicare molto tempo alla realizzazione di un database di contatti con le relative caratteristiche di ogni location, dalla tipologia dello stesso, ai contatti diretti (ovviamente), al genere di pubblico abituale che frequenta il posto - così da poter proporre anche bands e artisti in linea e non rischiare (o meglio, rischiare meno possibile) che l'evento fallisca. Di norma è anche buona cosa informarsi bene su quali artisti siano stati già ospitati dal locale, con relativi riscontri di pubblico, sul tipo di musica che spesso gira al suo interno e via dicendo...

Il promoter (noto anche come impresario) di solito compra una band ricavando dalle singole (o singola) serate, rischiando quindi in caso di fallimento; altrimenti può vendere - facendo da tramite - uno show dell'artista/i ad enti e locali prendendo la sua percentuale (quindi guadagnandoci in qualsiasi eventualità). Oltretutto è cosa saggia instaurare e mantenere buoni rapporti con promoter di altre regioni, così da riuscire a far girare il proprio artista oltre confine locale. Inoltre, tra i suoi compiti c'è la collaborazione con l'ufficio stampa dell'artista - così da rafforzare la rete mediatica circa recensioni, interviste e altro (non è la band che deve mandare i press kit alle testate se vi è un promoter e/o ufficio stampa dietro lo stesso, altrimenti che li pagano a fare? In tale caso allontanatelo!)

Qui tocco un punto scomodo, nel senso che alcuni "promoter" (virgolette d'obbligo) si definiscono tali facendo suonare le bands sempre e solo nelle proprie zone di competenza e/o sempre negli stessi locali, limitando quindi possibilità (ed in questi casi suggerirei ai musicisti di cambiare istantaneamente il promoter a cui si sono affidati). Non basta definirsi promoter (come anche manager) hobbysticamente per esser tali, occorre mettersi in campo e lavorare quotidianamente, cosa che spesso ne và a discapito di eventuale famiglia (se attività intrapresa in "ritardo") e sacrificandosi se necessario - e se si vuol raccogliere qualche frutto.

I guadagni, come indicatomi peraltro da alcuni promoter con cui ho scambiato qualche chiacchierata prima di stilare questo articolo, sono bassi se si lavora con band emergenti o comunque all'esordio; questa parte iniziale tuttavia è fondamentale per farsi le ossa.

E poi, vi sembra facile organizzare un tour curandone i vari aspetti? (ma qui entra in gioco anche il tour manager)...

Conclusione

Come avrete capito, non sto qui a dire come si svolgano tali mansioni nello specifico, pur sapendolo (essendo stato mio padre un ben affermato e rispettato impresario nella sua regione) ma non essendo al momento il mio campo di attività... giusto uno sguardo fugace su cosa siano un promoter e un manager, così da fare chiarezza in un ambiente divenuto, ormai, un mare pieno di pescecani pronti a risucchiare denaro a molti musicisti; per lo più giovani e inesperti nel settore.

Mi congedo ringraziandovi per aver speso del tempo, qualora abbiate letto, e come sempre rendendomi disponibile a qualsiasi forma di confronto e colloquio su questo e/o altre tematiche inerenti la musica.

Ricordo, nuovamente, che non mi sono espresso con toni presuntuosi o arroganti (me ne guarderei bene), ma solo esporre nella realtà dei fatti cosa competa normalmente ad un promoter e ad un manager. Augurandovi sempre di avere successo e soddisfazione in qualsiasi cosa fate e farete nella vostra vita, artistica o meno che sia.

A presto!

2 mag 2018

TRACY GRAVE - Sleazy Future



Tracy Grave - Sleazy Future (2018, Volcano Records)

Sono giunti alla mia attenzione i Tracy Grave, band formatasi all’inizio di quest’anno e capitanata dall’omonimo frontman – già noto nell’ambiente underground per la presenza in altre formazioni negli ultimi tre / quattro lustri circa. Il disco con cui debutta la formazione sarda è questo ‘Sleazy Future’ di cui ho il piacere di parlarvi, dopo una serie di ascolti, uscito da pochi giorni tramite Volcano Records.

Da amante di certe sonorità (rock / sleazy), ha fatto subito presa su di me il cantato di Tracy, per certi aspetti una sorta di erede del buon Tyla (dei Dogs D’amour, band a cui sono affezionato). Linee vocali graffianti quindi, con quella verve a volte strafottente, ma splendidamente adagiate in sentieri più morbidi all’occorrenza, comunque con una propria personalità.
Mr. Grave per la realizzazione della band – e successivamente del disco – si è attorniato di componenti molto validi quali il chitarrista e compositore Mark Shovel da prima, e successivamente dall’affascinante bassista Nero Viper, il chitarrista Enea  Grave ed il batterista Hurricane John. I cinque, ascoltando l’album, sono palesemente ben affiatati e coordinati su tutto, sia come attitudine (e qui ne trovate quanta ne volete) sia come obiettivo sonoro.

I Tracy Grave creano una miscellanea sonora Rock di indubbio valore ed estremamente ammiccante. Come se le scuole rock del globo (nord europea, britannica e americana) si fossero unite mettendo ognuna la propria influenza, per poi tirar fuori delle sonorità che spaziano dai momenti più tirati e graffianti ad ambientazioni addolcite da melodie a cui è difficile resistere. E se un giorno Michael Monroe, i prima citati Dogs D’amour, i Pretty Boy Floyd, i cari e vecchi Motley Crue, gli L.A. Guns e compagnia stradaiola decidessero di jammare insieme? Ecco, potrebbe uscire molto facilmente un disco come ‘Sleazy Future’!

Ovviamente le influenze sono da intendere come tali, e immancabili in qualsivoglia contesto, poiché la band mette farina del proprio sacco e modella il proprio background generale per dar vita a proiettili come ‘Without Scars’, ‘Dancing On The Sunset’ e ‘Over The Top’ – per citare alcuni dei momenti più diretti ed immediati – e lasciarsi andare anche su sonorità più morbide come in ‘Dirty Rain’, o l’ammaliante e toccante ‘Piece Of Horizon’ – una bellissima ballad

I brani hanno un tutto quello che ci si attenderebbe da un disco sleazy rock con l’aggiunta di alcuni aloni AOR e un gran gusto compositivo in generale. Le chitarre fanno il loro “sporco” lavoro tra tappeti di riff dalle fitte trame e assoli inseriti in maniera azzeccatissima, oltre che ben proposti – poggiandosi su una base ritmica abbastanza lineare che non cede in alcun punto e riesce a “smuvoersi” oltre quando il contesto lo necessita.

‘Sleazy Future’ non sarà la “Next Big Thing” (ammesso che ce ne saranno più oramai), ma è davvero un bel disco divertente e fottutamente affascinante, fatto con grande passione, un’attitudine davvero ineccepibile e con vero sentimento. Un disco gasato ed al contempo sentito e con al suo interno anche un forte invito a resistere ed a rimanere solidali di fronte alla prospettiva di un futuro sempre più incerto. Detto questo, tutti i rockers sono invitati dal sottoscritto ad ascoltare il nuovo album dei Tracy Grave e, soprattutto, a non perdersi un loro live alla prima occasione.

La band merita, la loro musica anche, le qualità non mancano di certo e le idee sono ben chiare. Sapete che vi dico? Vado a riascoltarlo per l’ennesima volta! Ogni volta che ri-pigio sul tastino “play” del lettore il mio cuore di rocker batte più forte!

Vi lascio con il video di 'Over The Top'!

18 apr 2018

LOVE MACHINE - Universe Of Minds



Love Machine 'Universe Of Minds' (2018, Volcano Records)

Oggi vi parlo dei Love Machine, anzi, del loro ritorno. La band meneghina merita di diritto l’appellativo di “cult band”, con le proprie radici nella seconda metà degli 80’s e una serie di interessanti tour con nomi altisonanti: cito giusto Saxon, W.A.S.P e Gotthard.

I Love Machine ci lasciarono con l’album ‘The Nite’ (1997) poco più di un ventennio fa, salvo qualche breve serie di live, per poi scomparire nel nulla, ma lasciando un buon ricordo tra i fans della musica Hard Rock / Heavy Metal. Sette anni or sono iniziarono a girare “voci di corridoio” circa una reunion e, alla fine, ecco la band nuovamente in pista con il nuovo album ‘Universe Of Minds’ rilascciato quest’anno da Volcano Records.

Ci si aspettava una line-up rinnovata, almeno parzialmente, fra cui troviamo tre nuovi ingressi (con importanti esperienze ed attributi annessi) Rob Della Frera (Raising Fear) alla voce, Lele Triton (Highlord, Strange Wings) alle tastiere e Yako Martini al basso. Questi si sono affiancati ai membri della formazione originale quali i chitarristi Frank Raider e Max Adams ed il batterista Andrew Dal Zio, per unirsi in un unico credo, quello dell’hard n’ heavy come si faceva una volta, con passione, con sudore e con tanto sentimento.

L’album risulta variegato, dall’open track d’impatto ‘Anyway’ fino alla conclusiva ‘Now Or Never’, fermo restando in ambiti heavy metal melodico e hard rock, con radici ben affondate nei decenni d’oro del genere ma senza esulare da alcuni influssi sonori da produzioni d’inizio millennio. Composizioni bilanciate tra grinta e adrenalina e melodie affascinanti, capaci anche di regalarci alcuni viaggi a ritroso nel tempo; arrangiamenti di ottima fattura e tastiere sempre ben presenti – ma mai invadenti – che creano un tappeto su cui si impongono con la giusta arroganza le due chitarre ottimamente maneggiate. La base ritmica detta il tempo sempre idoneamente al contesto articolandosi in maniera eccelsa, senza perdersi quando c’è da dinamicizzare la situazione. Ben impostate anche le linee vocali tra momenti più soft e quelli più grintosi, accompagnate dai cori dove necessario, realizzando, in generale per tutto l’album, un ascolto più che gradito per gli amanti dell’heavy metal melodico e dell’hard rock di classe.

Diciamo, per citare nomi noti internazionale, un mix di Pretty Maids, Saxon, W.a.s.p., Iron Maiden e compagnia bella, da cui vengono molte influenze per poi esser rimaneggiate e creare un proprio sound. Di fatto, la band ha una propria identità, restando ben salda nella propria strada stilistica. Energia pura dunque, coadiuvata qui e lì da momenti morbidi e ammalianti e da qualche situazione evocativa, per un disco che segna il grande ritorno di una band italiana che ancora ha qualcosa da dire, e sa dirlo come si deve.

Ben tornati Love Machine, ora dateci dentro e tornate a infiammare il panorama metallico, prendetevi quello che vi spetta!

Questo di seguito il video ufficiale di 'Anyway'!

31 mar 2018

PUNKREAS - Inequilibrio


Punkreas - Inequilibrio (2018, Garrincha Dischi)

Tornano a farsi sentire i Punkreas, che quest’anno giungono a 30 anni di onorabile carriera. Per festeggiare al posto di un nuovo album la band di Parabiago ha optato per due Ep. Il primo, ‘Inequilibrio’, è uscito da pochi giorni ed il secondo vedrà luce nei prossimi mesi, per Garrincha Dischi.

A due anni di distanza dal precedente ‘Il Lato Ruvido’, che li ha successivamente portati in lungo e in largo con un bel tour, i Punkreas si rimettono in corsa con il loro classico punk rock puro e crudo, dove alla base persistono le loro tematiche impegnate e quella verve provocatoria che da sempre caratterizza la band, sempre con cognizione di causa – e su delle giuste cause, per quanto riguarda chi scrive. I punks nostrani sono sempre stati attenti all’attualità con un certo senso critico nei confronti di problematiche importanti, d’altronde.

La situazione socio-culturale odierna sintetizzata in cinque nuove composizioni che, musicalmente parlando, non vi lasceranno star seduti sulla poltrona durante l’ascolto. L’energia dei Punkreas non vuol saperne di scemare (perché qualcuno si aspettava diversamente?) e la band si mostra come sempre in ottima forma e pronta a dire la propria con convizione e con la giusta incazzatura, che esula dall’urlare le proprie ragioni e le proprie riflessioni nel senso stretto del temine, preferendo lasciar fare ai testi ben composti, come sempre oltre tutto.

I brani come intuirete, se conoscete la band (se non la conoscete non so dove abbiate vissuto fino ad oggi), dal vivo faranno letteralmente saltare in aria il pubblico, tra balletti, pogo e salti – con annessa birra d’ordinanza in mano. La produzione di Olly Riva (Shandon), nel Rocker Studio di Mario Riso (Rezophonic), rende giustizia ai componenti, permettendogli di dire la loro nel migliore dei modi e con ognuno il proprio spazio ben curato.

Fermatevi e respirate, che tanto il sole sorgerà lo stesso domani, ricordatevi chi siamo, chi eravamo (anche se ormai abbiamo la memoria corta, purtroppo) e soprattutto focalizzatevi bene su dove volete andare. Si spera che le nuove generazioni possano fare meglio di quella precedente, senza farsi deviare da chi predica dal pulpito, senza lasciarsi confondere da “idoli” di qualsivoglia genere. Le diversità dovranno essere sotterrate, e non causa di divisione per come vorrebbe il sistema, per poter andare avanzare bene nel futuro. E’ questo, riassumendolo brevemente, il messaggio racchiuso in ‘Inequilibrio’.

Ben ritrovati Punkreas, siete sempre dei grandi!

BRAIN DISTILLERS CORPORATION - Medicine Show


Brain Distillers Corporation - Medicine Show (2018, The Jack Music Records)

Giungono al secondo album i Brain Distillers Corporation con il nuovo ‘Medicine Show’, appena uscito tramite The Jack Music Records – a distanza di due anni dal debutto ‘Ugly Farm’.

La band meneghina sembra aver assestato bene il proprio sound, dedito molto al panorama alternativo americano di cui fanno parte Audioslave, Alice In Chains, Soundgarden, Nickelback, Creed e Blackstone Cherry, tutte bands che hanno influenzato la proposta dei Brain Distillers Corporation senza, però, mettersi eccessivamente in mezzo. I nostri ricevono gli influssi sonori delle suddette band (palesemente parte importante del loro background), però, prendendo gli stessi per poi mescolarli e modellarli creando le proprie composizioni. Tra l’altro sono presenti anche molti aloni Black Label Society style e un gran gusto per la melodia e l’emotività. Su tutto un ben presente ed avvolgente groove che riesce a rendere anche affascinante l’ascolto del disco. Varie influenze che si palesano lungo le undici tracce della release rendendo dinamica la fruizione; fondamentalmente un alternative metal / rock con spunti variegati.

Già dalla title-track posta in apertura, ‘Medicine Show’, l’ascoltatore viene avvolto da ritmiche marcianti con corposi riff e melodie accattivanti. Proprio le massicce pareti di chitarra create da Matteo Bidoglia e Francesco Altare, dal gusto southern, fanno da punto forte. Su queste si erige il cantato di Marco Pasquariello, dimostrandosi non solo un singer dalla indubbie qualità ma anche dalle tonalità piacevolissime. La pozione “magica” a cui fa riferimento il brano potrebbe essere anche il brano stesso, perché vi assicuro che gli darete più di un ascolto.

Durante l’avanazare del disco viaggerete tra varie emozioni, piaceri uditivi e avvolgenti sensazioni. Ovviamente va’ detto che nulla di mai sentito viene prensentato al pubblico (e cosa si dovrebbe innovare veramente nel 2018?), ma i Brain Distillers Corporation hanno, comunque, una propria personalità. Le nuove canzoni, vi assicuro, faranno sì che il cd giri nel vostro lettore più volte – come accaduto a me negli ultimi dieci giorni.

Brani come ‘In The Land Of Colours’, dal piglio fortemente southern, o la travolgente ‘The Storm’ (il titolo già dice tutto) non vi lasceranno indifferenti. Sono presenti anche alcuni influssi velati di blues nelle parti di chitarra su ‘Convince Me’, con wah wah ben inseriti ed un refrain molto caldo. ‘The Brain in The Van’ ha quel mood un po’ arrogante che tanto piace ritrovare nel Rock e il ritornello è altamente contaggioso. Nella seconda metà della track-list i Brain Distillers Corporation trovano anche il tempo per omaggiare gli Alice In Chains con la cover di ‘Man In The Box’, per poi continuare con ‘Nezara Viridula’, aperto da sirene d’allarme e, subito dopo, largo spazio al frontman rabbioso e, al contempo, melodioso.

La base ritmica è un altro buon punto della band, che riesce ad articolarsi e muoversi sui giusti passi senza fallire neanche un istante. In fondo, parliamo di musicisti palesemente ben affiatati tra loro e dalle qualità indiscutibili, sia per quanto concerne l’esecuzione che la composizione. Il basso riesce anche ad avere il suo meritatissimo spazio, mettendosi in mostra in tutta la sua dinamicità. Da sottolineare anche il songwriting maturo e ben realizzato, sinonimo che ci troviamo al cospetto di musicisti con le idee chiare. Tematiche spontanee espresse con cognizione di causa e sentimento.

Momento più energico con ‘A Time For Silence’, dove all’hard rock moderno si accosta all’alternative metal creando soluzioni melodiche e potenti. Il pezzo ha un fascino molto trainante, tra l’altro, con riff taglienti. ‘What is Real for You’ è il momento più southern della release e con un groove ancora più corposo. Apprezzo molto le capacità del frontman nell’accostare bene le voci più fluide a quelle più ruvide e “nervose”. L’antemica ‘Syriana’ chiude il disco lasciando un buon sapore (passatemi la definizione) e farà sì che chi ascolta rimarrà sicuramente soddisfatto.

L’album scorre fluido, senza intoppi, senza noie e si ascolta con immenso piacere. Se lo rimetterete dall’inizio per ascoltarlo ancora una volta è tutto nella norma; dischi come questi sono fatti per questo, per accompagnarvi piacevolmente in ogni momento. Un sound cosiddetto “internazionale” che trovera consensi un po’ in tutti voi, fidatevi! I Brain Distillers Corporation hanno fatto nuovamente un bel lavoro, dimostrandosi per quello che sono, un ottima band!

21 mar 2018

DR.GORE - From The Deep Of Rotten


Dr.Gore - From The Deep Of Rotten (2018, Bizzarre Leprous Production)

Toh! Son tornati i Dr. Gore… Ciao belli uagliu’!
Scherzi a parte, la band capitolina torna in pista – come ormai sembra consueto – a distanza di quattro anni con il nuovo album ‘From The Deep Of Rotten’, successore del buon ‘Viscera’ che già presi in esame a suo tempo. Che a sua volta seguì dopo quasi quattro anni l’ancora precedente ‘Rotting Remnants’. Oggi siamo al cospetto del quarto capitolo discografico del quartetto dei Dr.Gore (troppi quattro, domani me lo gioco al Lotto) che uscirà il prossimo 26 Marzo via Bizarre Leprous Production.

La band se ne infischia di cambiare rotta e prosegue il proprio cammino guerrafondaio pur apportando significative modifiche su questo disco, che definirei letteralmente micidiale. I Dr.Gore continuano a promulgare il lercio e letale verbo del grindcore / brutal death metal, di quelli veramente ferali e senza guardarsi dal mietere vittime tra i padiglioni auricolari che avranno il piacere di imbattersi nell’ascolto del nuovo platter.

Cosa differenzia ‘From The Deep Of Rotten’ dalla precedente release? Presto detto… Anzi tutto una produzione ulteriormente migliore è la prima cosa che si incontra già dal primo ascolto. Se prima il sound venne tirato fuori con una risoluzione di livello superiore rispetto ai dischi precedenti, sul nuovo lavoro lo stesso è ulteriormente migliorato lasciando alle spalle – in parte – anche quel senso di “cavernoso”, senza però perdere in violenza ed oscurità. Le nuove composizioni sono davvero ben articolate con annessi stop-and-go, tormentose accelerate e cadenzate infernali. Tra l’altro, a differenza di ‘Viscera’, vi è una diminuzione di tracce e un aumento della loro durata (cosa che personalmente mi ha fatto piacere riscontrare)

La base ritmica composta da Alessio “Pacio” Pacifici e Massimo “Mastino” Romano (basso/voce il primo e batteria il secondo) non cede in alcun punto, creando il motore di base per il Panzer Dr.Gore. Su questa si incrociano le chitarre di Marco Acorte e Luigi Longo che, più letali che mai, sembra si divertano a lanciare delle mine su un campo di battaglia che viene presentato con il nome di ‘From The Deep Of Rotten’.
Per quanto riguarda le linee vocali si denota un minimo utilizzo di pig squeal a favore di brutali e possenti growls, che per alcuni aspetti (calcolando anche le backing scream in più punti) mi ha fatto venire in mente il Glen Benton dei tempi d’oro che furono (vedasi Deicide, per i profani).

Stare qui a fare un track-by-track sarebbe un po’ inutile, poiché tutti i nove brani presenti sul nuovo album seguono la medesima vena stilistica, senza però copiarsi tra loro o rendere l’ascolto monotono e ridondante, anzi. E poi, come citato prima, i brani sono abbastanza dinamici nel loro campo. Seppur nulla di innovativo viene messo al sole (cosa che non viene ricercata dagli amanti di tali situazioni sonore, tra l’altro), state certi che ogni pezzo vi farà marcire il cervello, cosa che vi premette anche il titolo del disco.
Accorrete accorrete, i Dottori son tornati e sono in forma smagliante!
Il mio rispetto per chi, dopo 16 anni, continua a fare il culo (facendoselo) mantenendo sempre una costante attitudine, una gran caparbietà e non perdendo mai in qualità, anzi, migliorando di volta in volta, come i Dr. Gore.

Qui sotto guardatevi il lyric video del singolo (e title-track) 'From The Deep Rotten':